Hollywood: la recensione in anteprima della nuova miniserie di Ryan Murphy

LuigiToto|

La sigla di Hollywood rappresenta una precisa chiave di lettura della serie. È una scalata dei protagonisti verso la cima dell’iconica scritta. Faticano ad arrivarci, non è facile. Ma la vista, una volta arrivati alla meta, è incredibile.

L’insegna è un tema ricorrente della miniserie. Viene usata come metafora ma anche come espediente concreto. Nella storia dello show entra in produzione un film intitolato “Peg” (non ci addentreremo nelle anticipazioni, per non rovinare importanti sorprese), basato sulla storia vera di Peg Entwistle, una ragazza che si gettò dall’insegna di Hollywood perché delusa e affranta dalla città e dai sogni mai realizzati.

Hollywood Netflix

Il cast è straordinario: parliamo di Darren Criss, Patti LuPone, Laura Harrier, Dylan McDermott, Holland Taylor, Jake Picking, Jim Parsons, Sama Weaving, tutti che danno il massimo.

Possiamo riassumere Hollywood in questo modo: la disperata ricerca della concretizzazione dei sogni. Il sogno hollywoodiano, per l’appunto. Ma è anche un viaggio attraverso l’amaro incubo prima del sogno. Quello che ti costringe ad essere qualcosa che non vuoi essere.

Ci troviamo a fine anni ’40, nel dopoguerra. I film hanno un importante ruolo nel distrarre gli americani e il mondo da ciò che è successo. Lo Studio System va ancora per la maggiore. Il bello di Hollywood è che è scritto da chi ne sa: quindi parliamo di film, di produzione, di sceneggiatura, di come funzionava uno studio ai tempi. Su questo la miniserie è molto tecnica e precisa.

Hollywood, come molti dei lavori di Ryan Murphy, parla di outsider e di persone costrette a nascondersi: sceneggiatori e attrici di colore, attori gay, registi per metà asiatici. Il talento c’è ma Hollywood non è pronta. Oppure sì?

Hollywood prende in considerazione un what if? incredibilmente interessante:

E se la woke revolution fosse iniziata tantissimi anni fa e non solo di recente?

Essere woke vuol dire essere consapevoli di problemi sociali importanti e il voler fare qualcosa a riguardo. La serie prende questi outsider e li mette sul cammino del potenziale successo, facendoli navigare in acque pericolose: tutti vogliono approfittarsi di queste persone giovani ed attraenti che hanno un sogno, dalla moglie del capo degli studios all’agente che promette successo solo in cambio di qualcosa. Ci sono tutti gli elementi della Hollywood sporca che conosciamo: dall’Harvey Weinstein della situazione, all’ingiustizia di un’opportunità non concessa per motivi sociali o razziali.

E c’è il marchio di Ryan Murphy ovunque. Il grande talento di Murphy è quello di mettere un vero e proprio stampino metaforico sui suoi prodotti. Guardi una scena, guardi una sequenza e capisci che dietro la serie c’è lui, lo capisci e basta. È una firma d’autore.

Dal valore produttivo al messaggio che vuole dare, Hollywood è un prodotto validissimo che conferma il talento di Murphy e di Brennan nel costruire storie contenute. Hollywood parla di sogni e dell’incubo di realizzarli. È un doloroso, faticoso ma anche brillante excursus nel making of di una star.